IL MIO BLOG MENSILE (aprile)
Dare la vita per la pace del mondo





È arrivata la Pasqua, con negli occhi le scene del terrore della guerra e nella mente ancora il rischio della pandemia, e nei nostri campi l’arsura della siccità. Incertezza e timori negli adulti, rabbia e dolore negli adolescenti, scompiglio nel clima. La nostra vita sembra attraversare un tempo di apocalisse. Nessun altro periodo storico ci offre con tanta
concretezza il senso reale, non immaginato, della fine del mondo. I primi cristiani, lo leggiamo nelle scritture, attendevano sì il giorno definitivo ma questo era per loro una speranza: la salvezza dei giusti. La nostra epoca non nutre alcuna speranza che saranno igiusti a salvarsi.
C’è una ferita profonda dell’umano, generato dalla colpa e dalla violenza irrazionale della storia collettiva, che si è fissata nella coscienza di oggi. Le due guerre mondiali, l’Olocausto, lo scenario attuale (il conflitto mondiale “a pezzi”) hanno segnato la sconfitta della pretesa che la ragione umana e civile ci possa salvare. Questo tratto sconfortato non è solo un sentimento popolare; è una percezione della nostra cultura, che si ascolta nella
musica, si legge nella letteratura, si osserva nell’arte. È come se si fosse perduto la speranza nell’armonia e nella bellezza e non rimanesse che la dissonanza e il caos. La cultura non riesce più ad alimentare il desiderio né a nobilitare la rassegnazione, stretta tra gli estremi dell’invocazione e disfatta. Il popolo credente sceglie la prima e si rivolge al Crocefisso, icona ed enigma di Dio, dove la passione umana e quella divina si fondono
nell’estrema preghiera di Gesù: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Tutta la violenza, la pulsione di morte (crocefissione), l’ossessione distruttiva (i flagelli e le spine) che il peccato del mondo è in grado di suscitare hanno schiacciato fisicamente il Figlio di Dio. Ma al suo grido disperato e sospeso non è lasciata l’ultima parola. Ed ecco la
Pasqua: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. La storia riparte da quel perdono, la tomba vuota la rimette in moto. Pensiamo al prodigio: il simbolo del cristianesimo è la croce; su quel legno è inchiodato il cadavere di un uomo perseguitato e condannato a morte, dal potere legittimo. La scena è inguardabile, come l’orrore della
guerra.
A Pasqua il brutto assoluto è diventato rivelazione della perfetta bellezza. Il
crocefisso è stata la scena più dipinta, la scultura più ammirata, il racconto più ascoltato.
L’inguardabile è diventato il contemplato. In questi duemila anni, folle di poveri e derelitti hanno alzato lo sguardo al Dio condannato a morte e vi hanno trovato una speranza e una riscatto che non provenivano da altrove. Come l’acqua che in primavera risveglia la vita. La risurrezione è la trasformazione del male assoluto in bene puro, dell’orrore nell’incanto.
Questo capovolgimento però non è un’idea né una speranza. È un evento reale, che nella fede si ripete ogni domenica.
La messa, morte e risurrezione che si attualizzano ogni volta, raccoglie tutta la disperazione del mondo e la cambia in intensità d’amore, in com-passione per il dolore, in elevazione dello spirito verso la bellezza, nella pace più intima. Il rito che attualizza il Calvario raccoglie l’interiorità individuale e il travaglio sociale: vita e morte, giubilo e terrore, certezza e speranza, colpa e perdono, sacrificio e comunione, parola e silenzio.
  Nell’invocazione ammettiamo la nostra impotenza (Kyrie eleison!), esprimiamo lo struggimento per l’incertezza dei nostri sogni e, insieme, ci assumiamo la nostra responsabilità. Nel Santo cantiamo ogni volta l’impulso vitale della creazione (i cieli e la terra pieni della gloria divina) e la speranza per la fraternità umana. Quale sollievo
credere che proveniamo da Dio e a Lui siamo destinati, liberazione che pregustiamo nella comunione! Che il nostro destino non è la morte né quella nostra né quella dei nostri cari.
Il passio e il requiem hanno fatto la storia della grande musica dell’Occidente. Noi cristiani non abbiamo altro, essendo la messa tutto. Oggi sentiamo necessario recuperare l’essenziale del culto cristiano, in pericolo di dissoluzione. Ormai da decenni, la messa è stata abbandonata dalla nuove generazioni.
Possiamo contribuire alla pace in tanti modi: accogliere i profughi, schierarci con i deboli, manifestare e gridare. Lo facciamo. Se sapessimo vivere la potenza della messa, daremmo il contributo più importante: tutto noi stessi, in Dio, per la pace del mondo.
 






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Questa scheda  è stata redatta da: Domenico Cravero   in data  02/04/2022

 

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